Con il finto nome di Filippo Miller e un falso passaporto, il 4 settembre 1786 Goethe parte per il suo Viaggio in Italia del quale poi scriverà il celebre resoconto. Una specie di moda – quella del Grand Tour – lanciata dagli intellettuali europei tra Settecento e Ottocento, in cerca di educativo ozio, ispirazione, eccentrico seppur pianificato svago. Gli scritti di Stendhal, Montesquieu, Keats e sino ai più recenti di Guido Piovene – per citarne alcuni – sono una letteratura di viaggio che racconta oltre ai luoghi, anche persone, emozioni, scoperte. Sono viaggi dentro se stessi.

Goethe appunterà che di fronte alla straripante ricchezza delle impressioni e degli stimoli raccolti durante il suo soggiorno italiano bisognerebbe scrivere “con mille stili”, e così noi di Dispensa abbiamo provato – ognuno a nostro modo – a interpretare i tanti possibili viaggi in Italia: immaginari (come quello dell’alice e della gallina), nascosti (nelle montagne di Teramo, in Basilicata, nel Mugello o lungo il Po), comodi (seduti a tavola per il pranzo della domenica) o avventurosi.
Siamo arrivati anche a Milano, e lo abbiamo fatto con Aimo Moroni del ristorante Il luogo di Aimo e Nadia che ci ha raccontato la Milano del 1946.

“Quel giorno del ’46 faceva un freddo cane. Presi il treno da Prato. Erano vagoni adibiti al trasporto del bestiame. In fondo c’erano anche due carrozze per passeggeri, con seggiole in legno e riscaldamento inesistente. Impiegammo 12 ore per arrivare alla Stazione Centrale di Milano. Fummo ospitati da uno zio che abitava coi tre figli in un piccolo appartamento di due stanze in via Bezzecca, una casa di ringhiera. Mi è capitato 2 o 3 volte di dormire anche in stazione. D’estate, col mio amico d’infanzia Gialindo, che veniva da Sabbioneta, preferivamo le panchine di piazza Emilia (quella che oggi si chiama largo Marinai d’Italia, ndr).
Iniziai subito a lavorare in cucina grazie all’intercessione di mio padre”

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Parole di Gabriele Zanatta
Foto di Brambilla -Serrani